SALVATORE ATTANASIO: “VERITÀ PER MIO FIGLIO LUCA” – 17/04/2024

[Articolo di Silvia Lodi Pasini, pubblicato su Settegiorni”] – “Sono Luca Attanasio e sono qui per servire la mia Patria”. Sono le parole con cui il compianto ambasciatore d’Italia in Congo si presentò in servizio alla Farnesina allorché prese servizio dopo aver vinto il concorso per diventare appunto ambasciatore. A ricordarlo è suo padre Salvatore, che oggi fa conoscere nelle scuole e ovunque sia invitato la triste storia di Luca: un uomo delle istituzioni morto nell’esercizio delle proprie funzioni. Cosa che ha fatto anche al Rotary Club Morimondo Abbazia, dove ha ricordato la triste e per molti versi ancora oscura storia del figlio Luca: morto in un’imboscata il 22 febbraio 2021, mentre da Ambasciatore d’Italia in Congo si stava recando a visitare gli italiani di un orfanotrofio su invito del PAM (Programma Alimentare Mondiale) a Goma. Salvatore Attanasio è un padre in cerca della verità sull’omicidio del figlio, che non vuole rassegnarsi all’idea di non riuscire a conoscerne il mandante e il movente. Un padre che aspetta una risposta alla domanda più importante emersa nel processo che lo scorso febbraio, a Roma, si è chiuso con un nulla di fatto per incompetenza giurisdizionale del giudice: perché il 22 febbraio 2021 l’Ambasciatore Italiano Luca Attanasio viaggiava senza scorta armata? Da quanto è emerso, infatti, contrariamente al protocollo, nessuno aveva comunicato attraverso i canali ufficiali l’arrivo dell’Ambasciatore Attanasio in visita, e quindi quel giorno era scortato solo da un carabiniere. Niente auto blindata, insomma, niente scorta armata e niente caschi blu ad aspettarlo. Quel giorno insieme a Luca e al carabiniere sulla jeep c’erano solo l’autista e un funzionario italiano del PAM. L’unico a non essere stato ucciso nell’imboscata. Fatto sta che, accanto all’angoscia per i tanti dubbi irrisolti che attanagliano un padre che non si dà pace alla morte del figlio, Salvatore Attanasio non può fare a meno di ricordarne la grandezza del percorso di vita. Da quando frequentava l’oratorio di Limbiate a quando ha scelto di frequentare la Bocconi, salvo poi lasciare il lavoro da economista che aveva trovato presso una società di consulenza, per intraprendere appunto la carriera diplomatica. “La prima volta che ha fatto il concorso non è passato perché non conosceva bene il francese – racconta il padre -. Com’era nel suo stile non si è scoraggiato: ha studiato e al secondo tentativo è passato. Perché lui ci teneva a dedicarsi ai più bisognosi, lo aveva imparato fin da piccolo attraverso la fede anche in oratorio. Era un sognatore con grandi ideali, determinato a fare del bene per il proprio Paese e per la sua grandezza”. A soli 40 Luca Attanasio diventa ambasciatore e viene mandato in Congo, dove l’ambasciata italiana era stata chiusa tempo addietro. Lui la riapre e con grande senso del dovere comincia a far visita a tutti gli italiani in Congo, facendosi però anche ben volere dalla popolazione locale, per i piccoli grandi gesti di umanità che compie nella vita comune, arrivando a pagare di tasca propria le cure ospedaliere di chi trova un giorno bocconi per strada e privo di mezzi di sussistenza. “Il Congo è molto ricco di giacimenti naturali e i congolesi non vedono di buon occhio gli occidentali proprio perché sanno che sono là per motivi economici legati allo sfruttamento di risorse. Anche in questo Luca aveva saputo fare la differenza, facendosi amare dai locali, che lo additavano come un’eccezione”. Anche per questo Salvatore Attanasio da subito non ha creduto alla versione iniziale del rapimento. Per la morte del figlio, del carabiniere di scorta e dell’autista del mezzo, in Congo sono finiti sotto processo 5 congolesi, processati e condannati a morte. Per chiederne la grazia la moglie di Luca Attanasio, Zakia Seddiki – che insieme al marito proprio in Congo ha aperto l’associazione “Mama Sofia” per i bambini di strada di Kinshasa – ha raccolto 30 mila firme, riuscendo a tramutarne la condanna in carcere a vita. “Luca ha onorato il suo Paese e in Congo è morto rappresentandolo – ha detto Salvatore Attanasio -. Adesso lo Stato deve fare qualcosa per lui: scoprire e raccontare cos’è successo al suo Ambasciatore in Congo”.
Silvia Lodi Pasini

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